Huck Finn

scrittori e scritture; libri e riviste; racconti e raccontati

31.8.04

Su Ray Bredbury, Il popolo dell’ autunno

DIAMO UN'OCCHIATA, PRIMA O POI A QUESTO LIBRO: CI POTREBBE AIUTARE SUL TEMA: perché Leggiamo?

Il libro sembra particolarmente attraente, per la storia e lo stile. Ora però mi interessa soprattutto questo aspetto:

"La fantasia, l’ immaginazione e il desiderio di conoscenza sono ben descritte da Bradbury, soprattutto quando si sofferma a descrivere la biblioteca con parole come queste:“Davanti a loro si stendeva il labirinto della biblioteca. Fuori, nel mondo, non accadevano molte cose. Ma qui, in quella sera speciale, in una terra costruita di carta e di cuoio, poteva accadere qualsiasi cosa, e sempre qualcosa accadeva”. Sembra quasi una dichiarazione di poetica della scrittura: l’ amore per i libri, il sapere che va di pari passo con l’ immaginazione, sono concetti che chiunque ami la lettura e soprattutto il Sapere (e l’ esse capitale non è assolutamente a caso) sente come propri. Io percepisco molto bene che qui Bradbury ci sta invitando a NON dimenticare la nostra fanciullezza, perché essa era ed è la fonte primaria della sorpresa, dell’ ammirazione e del sogno. Il pregio del lettore adulto, dell’ amante della Letteratura, sta appunto nel saper riutilizzare quelle capacità che troppo spesso vanno dimenticate, perdute nei vicoli di società pragmatiche e aride. Non è quello che vediamo, ma piuttosto come lo vediamo che realizza la realtà che ci sta attorno. Questo piccolo, modesto libretto non fa altro che ricordarcelo."

26.8.04

Versione abbreviata e resa più “raccontabile”, a voce e a braccio, di “il figlio di butch cassidy, di osvaldo soriano;

serve per la maratona del racconto, a cologno monzese, il 25 settembre del 2004 _ via via che i pezzi del racconto vengono selezionati il post si aggiorna; è dunque un file di lavoro...


uno
Il mondiale di calcio del 1942 non figura in nessun libro di storia, ma si giocò nella Patagonia argentina e accaddero cose molto strane: partite che durarono un giorno e una notte, porte e pallone che sparivano, e un arbitro cowboy che usava una pistola invece del fischietto.

due
La guerra in Europa aveva interrotto i mondiali. Gli ultimi due, nel 1934 e 1938, li aveva vinti proprio l’Italia e gli operai piemontesi e emiliani che costruivano la diga di Barda del Medio in Argentina si sentivano campioni per sempre.
Tra gli operai che lavoravano in questi cantieri c’erano anche indios mapuches delle Ande noti per le loro magie, i guaranies del Paraguay e gli argentini.
E soprattutto c’erano europei scappati dalla guerra. Spagnoli, polacchi, francesi, qualche inglese,
Tutti quanti si trovavano lì perché il telegrafo non c’era ancora arrivato e si sentivano al sicuro dal mondo tremendo in cui erano nati.

Tre
In aprile, quando il caldo del deserto si placò, arrivarono inattesi gli elettrotecnici del Terzo Reich. Dovevano istallare la prima linea telefonica dal Pacifico all’Atlantico. Oltre a quel cavo che inaugurava l’era delle telecomunicazioni in Patagonia, i tedeschi portavano il primo pallone da calcio del mondo con valvola automatica. Una mattina, nel recinto del cantiere, mostrarono quel loro gioiello perfettamente tondo e lanciarono la sfida.

Quattro
I tedeschi si erano infatti accorti delle diversità di paesi e di razze rappresentati in quell’angolo della terra. La loro idea era quella di un campionato mondiale che avrebbe dovuto immortalare con la prima telefonata il loro passaggio portatore di civiltà.

Gli italiani antifascisti però si rifiutavano di mettere in palio la loro condizione di campioni perché significava riconoscere i titoli vinti dai professionisti del regime di Mussolini. E senza italiani quel mondiale non poteva giocarsi.

cinque
Ma con il passare dei giorni la posizione di principio degli italiani si faceva insostenibile. Come potevano continuare a proclamarsi campioni di una coppa che non riconoscevano mentre i tedeschi , che giocavano partite amichevoli contro squadre improvvisate, dimostravano una grande forza battendo di goleada tutti quelli che si trovavano di fronte? Potevano continuare a sopportare gli sfottò e le battute e le accuse di temere l’umiliazione?
E poi quel pallone meraviglioso tentava anche i più intransigenti

sei
Così una notte, nel postribolo in città - mentre un ingegnere di Baden Baden ascoltava alla radio le notizie della guerra che arrivavano dal fronte russo - un anarchico di Genova, Mancini, cominciò a inneggiare al proletariato che lavorava nel cantiere della diga.
Con strafottenza e sicurezza, disse più volte che i tedeschi non erano invincibili; l’ingegnere di Baden Baden, sobbalzò, tese il braccio nel saluto nazista e ripropose la sfida agli italiani.

Quella notte gli italiani decisero di mettere in palio la coppa. In pochi avevano giocato a calcio in passato. Ma l’anarchico Mancini dimostrò grande sicurezza, diceva che da ragazzino in collegio, i preti gli avevano insegnato a correre con una palla legata ai piedi.

(fine primo atto)

Scena sette
La notizia elettrizzò il cantiere. In particolare, gli indios mapuches mostrarono un grande entusiasmo: pare non sapessero neppure di cosa si trattasse ma credevano che la Coppa possedesse i segreti dei bianchi che li avevano decimati nelle guerre di conquista.

scena otto
Le partire si giocarono in campi liberati a colpi di machete. Si trovò anche un arbitro vero, un cowboy che leggeva Hegel ma era conosciuto soprattutto perché figlio del famoso fuorilegge Butch Cassidy e come lui ricercato in quasi tutto il sudamerica I tedeschi, sicuri di trionfare, erano soprattutto preoccupati che la linea telefonica, con la quale dovevano comunicare i risultati a Berlino, funzionasse bene.

scena nove
Nei gironi eliminatori furono proprio i mapuches la sorpresa, vinsero tutte le partite, liberandosi degli spagnoli e degli inglesi e arrivando così alla finale.

scena dieci
Per tutti però la sfida più attesa era la semifinale fra gli italiani e i tedeschi: chi vince va in finale.
In quella partita che tutti consideravano decisiva, i tedeschi si presentarono con elmi d'acciaio e con spilli da usare nelle mischie. Prima dell’inizio, gli italiani bruciarono uno stemma fascista e pare avessero anche manciate di peperoncino da tirare negli occhi agli avversari.

Brett Cassidy tirò a sorte per scegliere il campo un dollaro d’oro, che sparì ancora prima di arrivare a terra. Il capitano dei tedeschi accusò un cuoco italiano che leggeva Lenin chiuso in un gabinetto del cantiere, e così Cassidy lo espulse.
Cassidy, soprattutto, fece durare quella partita più di tre ore: sebbene in dieci contro undici gli italiani infatti resistevano bene in difesa e davanti l’anarchico Mancini sgusciava come un’anguilla tra i difensori troppo avanzati.

Gli italiani si trovarono in vantaggio, prima sul due a uno, poi sul tre a due.

Poi però al calar del sole qualcuno restituì a Brett Cassidy il suo dollaro d’oro dentro a una tabacchiera in cui c’erano almeno altre venti monete.
Così il figlio di Butch Cassidy decide di rimettere le cose a posto. Su un calcio d’angolo Mancini salt aper colpire di testa ma un tedesco gli ficca uno spillone nel collo; Mancini protesta, Cassidy gli appoggia il revolver sulla tempia e lo espelle. Poi al primo attacco dei tedeschi, quando si accorge che gli italiani usano il peperoncino, fischia tre rigori per i tedeschi.
Il caposquadra Casciolo, furibondo si mette fra il portiere e la palla per protesta, Cassidy allora spara e lo ferisce al piede.
Sul dischetto andò un prussiano timido che per tutta la partita aveva recitato preghiere: sbagliò il primo ma segnò gli altri due: 4-3 per i tedeschi. Subito dopo il figlio di Butch Cassidy decretò la fine e così l’Italia perse i titoli che aveva vinto nel ’34 e nel ’38.

[Fine del secondo atto]

Scena undici
I tedeschi andarono a festeggiare al postribolo e non immaginavano neppure da lontano che i mapuches scesi dalle Ande potessero batterli nella finale, come successe tre giorni dopo, in una domenica grigia che la storia non ricorda.

scena dodici
Da tutta la regione andarono al campo per vedere la partita e il telefono nero nuovo fiammante portato dai tedeschi.
Un reggimento di soldati argentini doveva eseguire gli inni nazionali e mantenere l’ordine ma i mapuches non avevano un paese e tanto meno una musica scritta e perciò inscenarono una danza che invocava l’aiuto dei loro dei.

Poco dopo l’inizio della partita sulle colline apparvero delle donne mapuche che ballavano e subito cominciò a piovere e a grandinare.
Il campo si trasformò in un pantano e i giocatori si infangarono fino a diventare irriconoscibili.
Poi, senza che nessuno se ne accorgesse, le porte scomparvero. E mentre una pattuglia dell’esercito andava a cercare le porte sparì anche il meraviglioso pallone con la valvola automatica.. Berlino aspettava il risultato, così si continuò inutilmente a giocare nel buio. Tutti correvano dietro a un’illusione che saltava di qua e di là.

Al levar del sole, squillò il telefono: tutti si fermarono ad ascoltare. L’ingegnere tedesco andò a rispondere, da Berlino volevano notizie. In quel momento di quiete una delle porte apparve all’improvviso, tutti potevano vederla, e le donne ripresero la loro danza.

Una di loro, la più grassa e colorata a festa, andò incontro al pallone che cadeva da molto in alto, da chissà dove e con un tocco lieve di testa lo lasciò adagiare davanti ai pali affinché un ballerino scalzo che rideva a crepapelle lo mettesse in goal di destro.

Peccato che nessuno ricordi il nome dell’allegro goleador mapuche che diede la coppa del mondo alla sua gente.

25.8.04

Vediamo come funziona sta roba delle foto

evidentemente questa è un aprova di hello/picasa/blogger Posted by Hello